Pavia di Domenica

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UNA DOMENICA MATTINA

Pavia, una domenica mattina di inizio primavera inoltrata, quelle stagioni che faticano a cominciare, dopo settimane di pioggia. E ad un tratto ecco una luce proveniente da est, il primo sole che riscalda le acque del Ticino, innalzando una leggera foschia che rende il Borgo patinato, sospeso nel tempo, silenzioso e con quei colori pastello da far invidia ad un acquarellista.

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Le auto scompaiono, i rumori chiassosi del traffico si attutiscono, sono lontani e radi. Le persone passeggiano sparse ancora spaesate, sembra che nessuno abbia una meta precisa. Come me, che stamattina la voglio dedicare alla mia Pavia, abituata a viverci ma mai ad osservarla nel profondo.
Vago senza meta, per inciampare in viette mai percorse e stupirmi come se fossi qui per la prima volta.

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Mi fermo ad un bar ai piedi della stupenda chiesa di San Michele, l’aria si scalda di una luce tagliente che esalta i profili delle casette storiche, ammassate una sull’altra.

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Percorro corso Garibaldi, stretto, sempre buio perchè incastonato nel cuore della città, ma ad ogni vicolo si nasconde qualcosa di interessante.
Palazzi storici, scuole che sembrano essere lì da sempre ad istruire generazioni di ragazzi, e i muri ne portano i segni: scritte, manifesti provocatori, poesie di giovani ribelli… ma ora c’è pace. E non riesco ad immaginare una Pavia rivoluzionaria e bellica.

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Proseguo verso il castello, nascosto dalla vegetazione che è cresciuta troppo in fretta, un verde abbagliante che divora la mole dell’architettura viscontea. Meta per i turisti di tutt’Italia e stranieri, il castello ospita sempre mostre molto interessanti ed eventi per tutti, dal Pavia wine, alla festa della birra nel fossato e dimostrazioni per i più piccoli nel parco giochi.

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La passeggiata continua verso piazza Petrarca, la famosa piazza del mercato, ma oggi ospita solo la tranquillità. Mi addentro al giardino Malaspina, nascosto da alte mura, e mi riposo su una panchina all’ombra di grandi alberi, osservando dei simpatici cagnolini che si rincorrono, finalmente uno spazio verde dedicato a tutti, rilassato, senza troppe regole; vige solo il buon senso e il quieto vivere.

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Vengo disturbata dal primo pizzicore dell’anno, e chi vuoi che sia? La famelica zanzara pavese, che in qualsiasi ora ha preso l’abitudine di pungere!
Ma senza dare troppo peso al mio braccio pruriginoso mi allntano per addentrarmi di nuovo nella vita cittadina di questo grande paese.
Mi appare dinanzi un muro di mattoni, sollevo lo sguardo e sono ai piedi della chiesa del Carmine, dalla vietta laterale sento un rumore familiare ma inaspettato, zoccoli di cavallo, lì ad attendere gli sposi.

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Dal Duomo, non è difficile per un turista orientarsi, perchè per tornare al Ticino basta percorrere le viette leggermente in discesa, e io decido di imboccare via dei Liguri che si intreccia con altre vie e seguo l’istinto, o meglio, l’ispirazione.
Osservo con meraviglia i gelsomini o i glicini che si arrampicano su intere facciate di case inglobate da giardini nascosti, bui e umidi da sembrare un piccolo paradiso.
L’antichissima chiesa di San Colombano ha perso le sue sembianze trasformandosi in un’abitazione unica; mura di mattoni che trasudano storia e umiltà, un piccolo chiostro che ospita piante centenarie e una discreta fontanella di pietra.
Poco più in là si inizia a sentire il vociare delle persone al bar, Strada Nuova è vicina, il trambusto della domenica mattina aumenta, e la frescura dell’ombra delle vie strette fa spazio al caldino umido di Lungo Ticino.

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Attraverso il ponte Vecchio e osservo l’acqua che scorre ininterrotta e un poco minacciosa per le incessanti pioggie di questi giorni, infatti i resti del vecchio ponte sono sommersi.
Pedalano in gruppo i ciclisti della domenica, osservando la loro Pavia e assaporando questa bellissima giornata.

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Perchè i pavesi sono abituati ad un’atmosfera grigia, umida, nebbiosa e fredda tutto inverno e poi al caldo amazzonico d’estate, quindi queste giornate sembrano dei doni del cielo. E ognuno esprime la sua grazia con le proprie passioni: c’è chi va in barca, chi con gli amici rema il barcè o la canoa per i più sportivi, c’è chi pesca, chi passeggia con la famiglia, chi corre, chi prende il sole disteso sul prato dell’area Vul, chi rompe il silenzio con il ruggito della propria moto, magari diretto sulle colline dell’Oltrepò; c’è chi si dirige alle osterie tipiche del Borgo e su quell’altra sponda ammira da lontano, ma non troppo, il centro della città.

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